Il bar delle grandi speranze

Scritto il 22 ottobre 2017

Ho iniziato a leggere questo libro dopo aver finito la biografia di Andre AgassiOPEN – un libro che mi ha rapito dall’inizio alla fine (perché era scritto bene e la storia era accattivante!) nonostante io di tennis non mi sia mai interessato.
Solo alla fine, nei ringraziamenti, Agassi rivela il vero autore del libro, che non ha voluto apparire in copertina: “Questo libro non esisterebbe senza il mio amico JR Moehringer.”

Agassi dice di aver scelto JR dopo aver divorato la sua opera prima – questo Bar delle grandi speranze – durante gli US Open del 2006. Un libro che parlava al suo cuore, tanto che l’ha dovuto centellinare durante le gare per farselo durare il più possibile.
Una cosa del genere, detta da uno che da giovane odiava la scuola e non ha finito le superiori, credo la dica lunga; e in questo io mi sento molto affine ad Agassi, perché pure io – penso di essere in buona compagnia – da giovane odiavo leggere.

C’è un passaggio in particolare, ben oltre la metà del libro, che ha lasciato il segno:

«Odio quando la gente ti chiede di cosa parla un libro. Quelli che leggono cercando la trama, che succhiano la storia come il ripieno di un bignè, dovrebbero limitarsi ai fumetti e alle telenovelas. Di cosa parla? Ogni libro degno di questo nome è fatto di emozioni, amore, morte, dolore. È fatto di parole. Parla di un uomo e della sua vita. Okay?»

Sicuramente mi ha colpito proprio per il fatto che sto cercando di scrivere un po’ di righe su un libro che ho letto, rispondendo alla domanda che aleggia nella mia testa: «Di cosa parla?»
Molto probabilmente sto faticando nel trovare il bandolo nella matassa di pagine e capitoli.

Questa biografia mi ha impressionato perché sembra un romanzo e tratta molti temi: mi è parso incredibile e inverosimile che ad una persona siano successe tutte quelle storie. O forse è per via del fatto che lo scrittore/protagonista soffre della stessa sindrome di molti dei suoi personaggi/parenti/amici: è bravissimo a raccontare storie.

Non c’è bisogno di essere uno scrittore per apprezzare il romanticismo del bar all’angolo.
Ma forse ci vuole uno scrittore per spiegare il fascino di questi luoghi, che dovrebbero offenderci su un gran numero di livelli: spesso odorano male, l’arredamento in genere è meglio se visto attraverso i fumi dell’alcol e, alla fine della notte, di solito non offrono una visione edificante della condizione umana.

Ma cosa faremmo senza di loro, e cosa faremmo senza la compagnia dei “fratelli pellegrini” il cui viaggio attraverso la vita richiede l’assistenza di qualche bicchiere?
JR Moehringer, scrittore vincitore del premio Pulitzer per il Los Angeles Times, ha scritto una biografia che spiega tutto, e anche di più.

“Il bar delle grandi speranze” è la storia del passaggio dall’infanzia all’età adulta; la storia di un bambino che vive in una strana famiglia allargata piena di parenti, che aspira ad un padre che conosce solo come “La Voce” e crescendo diventa “figlio maschio” di tutti gli uomini che incontra sulla sua strada, figlio però anche di una madre single che lotta per migliorare la vita del suo prediletto e che alla fine verrà riscoperta anche come la vera figura genitoriale essenziale.

La storia di JR, un bimbo nord-americano di 7 anni nel 1972, smarrito dalla mancanza di una figura paterna, che diventa un giovane irrequieto, si innamora, fa le sue esperienze, si ubriaca, trova lavoro, frequenta il college, torna sobrio, e diventa uomo.

Ma più di ogni altra cosa, il libro di Moehringer è un omaggio alla cultura del bar di zona – un Bar Sport di Benni all’americana – dove il giovane JR cerca la compagnia dei modelli di ruolo maschili al posto del padre assente, dove riceve un’educazione che poi lo aiuterà parecchio nella sua carriera e dove, inevitabilmente, cerca amore, ne lamenta l’assenza e ne piange la perdita.

Moehringer è cresciuto a Manhasset, un posto – scrive – che “crede nell’alcol”.

“C’è una via principale, con un sacco di bar. In cima c’è la chiesa più frequentata, St. Mary, e in fondo il più sacro dei bar.”

In giovane età è diventato un non-alcolista (per poi diventare un ubriacone): un “drogato del bar”, rapito dalla sua atmosfera e dai suoi frequentatori; e sempre in tenera età è stato introdotto alla cultura, alla compagnia e al romanticismo di tutto ciò.

“Ognuno di noi ha un luogo sacro, un rifugio, dove il suo cuore è più puro, la sua mente più lucida, dove si sente più vicino a Dio o all’amore o alla verità o a qualunque cosa gli capiti di venerare. Nel bene e nel male, il mio luogo sacro era il bar di Steve.”

Il bar diventa il punto in comune di tutte le storie della sua vita. Uno dei pochi punti certi, il posto immutabile, il porto a cui fare ritorno, lo scoglio dove aggrapparsi quando i turbolenti cavalloni del mare della vita ti sbattono di qua e di là.
Per il giovane JR quel luogo era il bar di Steve sulla Plandome Road, dove zio Charlie era barista.
Ma non solo il bar di Steve; i “bar” in generale saranno una succursale del “Publicans”.

Finché il protagonista non raggiunge la vera maturità, dopo che il bar – o ciò che lo ha rappresentato nella sua anima più intima – lo abbandona esso stesso.
Il libro finisce così, con l’ultimo capitolo che parla dell’ 11 settembre 2001, colmo di tristezza, perché è la separazione dai vecchi amici e dalla giovinezza, ma anche pieno di speranza verso la nuova vita.

Il libro è facile da leggere, scorrevole e divertente, con un lessico non particolarmente difficile o ricercato, ma preciso ed elegante.
I personaggi sono tutti descritti minuziosamente, e spesso i loro “nomi” (o meglio: soprannomi”) sono una sintesi delle loro peculiarità.

Incipit

Ci andavamo per ogni nostro bisogno. Quando avevamo sete, naturalmente, e fame, e quand’eravamo stanchi morti. Ci andavamo se eravamo felici, per festeggiare, e quand’eravamo tristi, per tenere il broncio. Ci andavamo dopo i matrimoni e i funerali, a prendere qualcosa per calmarci i nervi, e appena prima, per farci coraggio. Ci andavamo quando non sapevamo di cos’avevamo bisogno, nella speranza che qualcuno ce lo dicesse. Ci andavamo in cerca d’amore, o di sesso, o di guai, o di qualcuno che era sparito, perché prima o poi capitava lì. Ci andavamo soprattutto quando avevamo bisogno di essere ritrovati.

Il mio elenco personale di bisogni era lungo. Figlio unico, abbandonato da mio padre, avevo bisogno di una famiglia, di una casa, e di uomini. Specialmente di uomini. Mi servivano uomini come mentori, eroi, modelli, e come contrappeso maschile alla madre, la nonna, la zia e le cinque cugine con cui vivevo. Il bar mi ha fornito tutti gli uomini di cui avevo bisogno, e uno o due di cui avrei volentieri fatto a meno.

Dove trovare il libro online

Il bar delle grandi speranze, su Amazon

The tender bar (in inglese)

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