Questa notte mi ha aperto gli occhi

Scritto il 7 settembre 2010

Questa notte mi ha aperto gli occhi (The dwarves of death) è il terzo romanzo di Jonathan Coe, pubblicato per la prima volta nel 1990 e riapparso ora nella collana Universale Economica Feltrinelli, con l’aggiunta di un racconto dal titolo V.O.

Il titolo dell’edizione italiana è un verso tratto da un brano di Morrisey, il cantante e autore degli Smiths, la band degli anni ’80, la cui musica segna tutte le pagine di questo splendido romanzo. Ogni capitolo, infatti, viene introdotto proprio da una citazione dei versi delle canzoni della band, a testimonianza del fatto che Coe, oltre ad essere un ottimo narratore è anche un profondo conoscitore della musica in tutte le sue sfaccettature, essendo egli stesso compositore e musicista.

Il protagonista del romanzo è un ventenne di nome William, un ragazzotto di provincia che sbarca a Londra (città che detesta profondamente e che definisce “un posto idiota“) con la speranza di diventare un musicista di successo e che invece si ritrova a fare il commesso in un negozio di dischi, a dividere uno squallido appartamento con una donna che non vede mai e con la quale comunica tramite bigliettini lasciati sul tavolo di cucina, a suonare con una band, gli Alaska Factory, i cui membri non riescono a comprendere né tanto meno a riprodurre le sue composizioni, contribuendo così ad aumentare il suo senso di frustrazione e insoddisfazione per una vita che vorrebbe diversa.

A questo si aggiunge il disastroso rapporto sentimentale con Madeline, che adora i musical e non concede nulla più di qualche casto bacio sulla fronte. Insomma, non c’è proprio nulla nella vita di William che vada per il verso giusto.

Una sera suo malgrado assisterà, non visto, all’omicidio del cantante di una band locale, gli Unfortunates, e da quel momento la sua vita subirà un brusco cambio di rotta. William si troverà coinvolto in eventi misteriosi, sorprendenti e inaspettati, che lo porteranno ad aprire gli occhi e a riconsiderare molte delle scelte fatte fino a quel momento.

A differenza dei più noti e premiati romanzi pubblicati in seguito ( La famiglia Winshaw, La casa del sonno, La banda dei brocchi…), in questo Coe non si inoltra troppo nell’analisi della società del periodo come suo solito, ma ci presenta comunque, con la sua solita vena umoristica, un personaggio vittima di sé stesso, della sua incapacità di emergere e di decidere in modo forte e definitivo della sua stessa esistenza.

E’ un libro che verrà sicuramente apprezzato dagli amanti della musica e dai fans di Nick Hornby prima maniera, di cui troveranno molto in quest’opera giovanile, ben lontana dal Coe che molti conoscono e apprezzano oggi, ma emblematica di un periodo, quello degli anni ’80, che sembrava riservarci un futuro ben più luminoso di quanto si sia poi rivelato in seguito.

Incipit

Mi è difficile descrivere cosa accadde.
Era il tardo pomeriggio di una qualsiasi domenica londinese. Quell’anno l’inverno era stato particolarmente clemente e nonostante alle quattro e mezzo fosse già bello buio, non faceva freddo. Per di più Chester aveva il riscaldamento acceso. L’affare era guasto, quindi o si andava arrosto o si gelava. Il flusso di aria calda mi metteva addosso un gran sonno.
Non so se avete mai provato questa sensazione, quando viaggiate in auto – e non è necessario che si tratti di una vettura particolarmente confortevole: un senso di sonnolenza che vi toglie qualsiasi ansia di arrivare e vi fa sentire piacevolmente a vostro agio, come se da lì non doveste più alzarvi. Suppongo che sia questo vivere nel presente. Non è che me la cavassi molto bene a vivere nel presente, in quei giorni; mi riusciva soltanto in macchina o in treno.

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