Un amore perfetto

Scritto il 25 febbraio 2011

Da un libro il cui titolo in italiano è Un amore perfetto (in inglese: The act of love, meno evocativo, forse….) uno si aspetta una travolgente storia d’amore, piena di tutti quei particolari, dettagli, fatti che appartengono alle grandi storie d’amore, quelle romantiche, piene di passione, narrate da tutti i più grandi romanzieri del passato e del presente.

E invece no.

Questo romanzo di Howard Jacobson riesce a spiazzare il lettore perché sì, di una storia d’amore si tratta, ma – attenzione – di romantico e travolgente, almeno stando ai parametri comuni di noi povera gente normale, non ha proprio niente. Il protagonista è Felix Quinn, proprietario di una antica e ben avviata libreria d’antiquariato, che compra e vende libri da collezione, preziosi e costosi. Viene da una benestante famiglia di antiquari , proprio come lui, da cui ha ereditato la casa di famiglia a Marylebone, elegante quartiere di Londra.

Per lavoro viaggia parecchio, visita case benestanti, visiona e valuta collezioni librarie per conto di professori in pensione, nobili e borghesi che per necessità devono disfarsi delle loro preziose, a volte, ma a volte anche no, opere letterarie. Ha, insomma, una vita appagante e tranquilla, fino al giorno in cui conosce Marisa, la moglie di un suo cliente. Una bellissima, elegantissima e mediamente ricca, soprattutto nullafacente donna, dedita all’arte e al volontariato.

I due si innamorano, lei lascia il marito e sposa il nostro Felix e la loro vita coniugale comincia sotto i migliori auspici, finché durante la luna di miele in Florida ( a visitare le Everglades, come dire, a farsi un prolungato bagno turco all’aperto), Marisa si ammala e Felix la fa visitare da un dottore cubano che scatena una specie di tempesta nella testa e nell’animo del nostro eroe. Mentre il medico visita la paziente, la mano indugia, supponiamo involontariamente, sul capezzolo della bella moglie, suscitando in Felix una specie di rivelazione. Lui si scopre sì geloso di quanto sta avvenendo, ma allo stesso tempo eccitato e sconvolto da un nuovo tipo di desiderio:

“La vista di quelle dita bordate di peli setosi sul petto di Marisa, comunque, precipitò in me il desiderio di vederle altrove, quelle dita, sopra e, sì, dentro il suo corpo. Un desiderio diffuso che, nel tempo, acquistò un carattere più complesso e meno circostanziato. Marisa non doveva essere febbricitante o alla mercé di un uomo. Non dovevamo trovarci in Florida per assaporare il profumo delle Everglades. E io non dovevo necessariamente vedere con i miei occhi. Mi sarebbe bastato venirne a conoscenza, averne notizia, in definitiva saperlo.”

Felix dunque capisce in quel momento che non può amare intensamente e profondamente Marisa senza immaginarla tra le braccia di un altro, mentre si baciano e fanno l’amore. La sua gelosia e la paura di perderla (paura ben motivata, perché teniamo ben presente che Marisa è una fedifraga inveterata) generano sentimenti opposti e pericolosi. Da un lato impazzisce all’idea di saperla con un altro, dall’altra trova proprio in questa fantasia, in questo pensiero sconcertante, nuova linfa, nuovo nutrimento per il suo amore sconfinato e incondizionato verso la moglie.

Più teme di perderla, più l’ama. Più soffre e più è felice ed appagato. Al punto che decide di aumentare a dismisura questa sua felicità cercando e infine trovando l’amante perfetto per la moglie, che essendo una donna così straordinaria, merita di andare a letto con un uomo speciale, uno che le donne le fa tremare solo a guardarle, soprattutto che sia dotato della giusta intelligenza perché sa bene che Marisa la si conquista innanzitutto col cervello.

Alla fine, dopo tanto pensare, decide di mandarla a letto con un certo Marius. Chi è costui? E’ uno pseudo-intellettuale senza arte né parte, che Felix aveva conosciuto al funerale di un suo anziano cliente molti anni prima. All’epoca Marius era l’amante della moglie del professore morto, moglie molto più anziana di lui, con la quale visse per diversi anni, prima di lasciarla e trasferirsi a Londra.

Qui Felix lo vede e organizza l’incontro tra i due, prepara il campo perché venga consumato il tradimento supremo, la cornificazione perfetta, quella che può soddisfare la sua anima inquieta e alimentare la sua mente malata di masochista, masochista mentale, si badi bene, non fisico (e leggendo il romanzo scoprirete perché si debba fare questa precisa distinzione).

Cosa succede dunque nella vita di Felix e Marisa? Felix riuscirà a buttare Marisa tra le braccia di Marius? Il tradimento verrà consumato?

A supporto di questa bizzarra e discutibile teoria sull’amore e a giustificazione della sua evidente patologia, Felix ci propina tutta una serie di citazioni e disquisizioni letterarie che tirano in ballo mostri sacri della letteratura mondiale, da Shakespeare con il suo Otello, a Joyce, Turgenev, Tolstoj, Henry James… in un continuo intrecciarsi e sovrapporsi di arte e vita, come a mostrarci che in fondo il tema della cornificazione, della sofferenza, della gelosia spinta fino al limite estremo, dell’amore perverso e malato, è roba da tutti i giorni.

Non prendete troppo sul serio questo romanzo. In fondo Howard Jacobson è e rimane un grande scrittore umorista, sottovalutato forse da certa critica un po’ snob, nonostante la fama e il favore che incontra tra i lettori. E la vena satirica e tagliente dell’autore pervade tutto il romanzo, anche nei suoi momenti più tragici, perché Felix è un amante così improbabile da sfiorare il ridicolo e la sensazione che si diverta a prendere in giro il lettore ritorna spesso durante la lettura, fino alle ultime pagine, in cui diventa sempre più concreto il dubbio che il protagonista sia dotato di una fantasia ancor più fervida di quanto si immagini (e se lo leggerete capirete perché…).

Incipit

Le quattro andavano bene a tutti: la moglie, il marito, l’amante.
Le quattro: l’ora in cui il tempo in città oscilla sul proprio asse – il giorno non si è ancora consumato, e le ruote della sera iniziano appena a girare.
L’ora del passaggio di consegne, così la chiamava Marius tra sé e sé.
Marius il cinico. Marius, che credeva che la menzogna fosse un dono della selezione naturale a Dio, e dell’umanità alla selezione naturale. Marius che dal futuro non si aspettava più alcuna grande avventura, nemmeno quell’ultima avventura concessa all’uomo moderno: un amore estatico, smodato, riprovevole, travolgente. Marius che andava fiero di essere immune a ogni sorpresa o delusione, perché non ci si poteva attendere niente da nessuno, men che meno da lui. Marius l’afflitto.

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